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Fennesz – Il sogno di un’estate senza fine #1

Era il 1997 quando scoprii per la prima volta il nome di Fennesz; il suo album “Hotel Paral.lel” uscito proprio in quell’anno, fu per me come una folgorazione, mai un suono o forse soltanto con gli Oval di “94 Diskont” o il Mika Vainio in veste Ø di “Olento”, era riuscito, sullo scenario digitale degli anni 90 a catturare la mia attenzione in modo così intenso, quasi viscerale. Nello studio di Christian Fennesz a quel tempo c’erano sparse alcune chitarre, dei pedali, un piano, un mixer, e l’Ensoniq ASR 10, il campionatore con cui l’intero “Hotel Paral.lel” è stato costruito. Oh si c’era forse anche il powerbook, ma non fu rilevante in quel momento. Così tutte quelle abrasioni finissime, quei “finti” glitches”, quelle melodie impalpabili e stranianti non erano che il frutto di una mente abile nel manipolare un semplice campionatore. Col tempo le tracce nomadi ed ineffabili di Nebenraum, Santora, Dheli Plaza, Traxdata, Aus…si faranno più intelligibili e impareremo a diventare sempre più familiari con quei suoni. “Hotel Paral.lel” sarà destinato a diventare un piccolo-grande classico dell’elettronica tutta del decennio appena trascorso.

“Ho scelto quel nome perché suonava interessante e misterioso e poi perché ero curioso di aspettare il momento in cui qualcuno avrebbe scoperto da dove proveniva”

, mi racconta Fennesz. Oggi soltanto per gli sprovveduti diremo che “Hotel Paral.lel” è il nome di un Hotel di Barcellona, ma ogni altra relazione con la bella città catalana finisce qui. Prima di “Hotel Paral.lel” però c’era stato un Ep “Instrument” il suo vero esordio su Mego. I pochi fortunati che posseggono il vinile (dovrebbe comunque venir ristampato su Moikai l’etichetta dell’amico fraterno Jim O’ Rourke entro l’anno) sanno che si tratta di un grande, ricco e complesso esordio pur nella sua brevità:

“in quei giorni (anno 1995 ndr…) avevo giusto una chitarra, un EPS sampler e un DAT, ma rimango ancora sorpreso della qualità di registrazione di quel disco.Non so come sono riuscito a farlo”

…Se è vero che Fennesz più volte ha dichiarato che l’intero studio è il suo strumento, la chitarra ne è il contraltare sempre presente, talvolta facilmente riconoscibile come in “Instrument”, nell’imprescindibile singolo “Plays”, nell’ “Hotel Parallelo” e come vedremo nell’ultimo “Endless Summer”, talaltra inintelligibile come in “Plus Forty seven degree”…il suo disco più “aspro” e meno immediato uscito su Touch nel 1999. Altre volte ancora in una via di mezzo appena più decifrabile come nel bellissimo mini live con Rosy Parlane registrato in Australia. Non a caso possiamo riportare tranquillamente qui ed ora le parole che il nostro ebbe a dire su queste pagine qualche anno fa nella nostra prima incursione intorno al suo mondo sonoro:

“Uso ancora la chitarra come sorgente dei miei suoni, ma anche quando uso il computer suona spesso come una chitarra…sono interessato alla combinazione di suoni acustici ed elettronici, cerco sempre di trovare nuove vie per connettere il digitale e l’acustico e fare in modo che suoni il più naturale possibile”

Ora il tanto atteso “Endless Summer” ancora su Mego dopo la parentesi Touch, segna se non una vera e propria svolta, un passo significativo nella direzione di un suono più “pop” anche se il termine non deve trarre in inganno. Pop per Fennesz vuol dire semmai una fruibilità maggiore, il perdersi consapevole nei meandri di sonorità carezzevoli e seducenti, ma non certo banali ne tantomeno elementari, e poi si tratta comunque di strumentali o se preferite canzoni senza parole. Piuttosto il nuovo disco sembra prospettare il tanto temuto e forse auspicabile tramonto dell’”asprezza” e ruvidità dell’ormai troppo ripetitivo e noioso “glitch” digitale?

“Non lo so realmente. Penso ci sia ancora una certa asperità in certi suoni di “Endless Summer”, è semmai la sua struttura ad essere differente. Per un po’ il concetto di “aleatorio” è stato per me una sorta di affascinante controversia, ma in qualche modo durante la produzione del disco realizzavo che la struttura tradizionale della forma canzone, con uso di melodie-armonie, poteva diventare per me una sfida più grande”.

Articolo originale di Gino Dal Soler

Blow Up Magazine

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