Traumnovelle
International Feel Alva Noto Firenze

The essential sublime #4

Intervista

Quali sono le differenze tra il primo e il secondo volume della serie “Xerrox”?
“Xerrox vol.2” è molto più intimista ed è più simile ad un’unica enorme traccia rispetto a “Xerrox vol.1”: c’è più sperimentazione in diverse direzioni, nella ricerca di cambiamenti di risoluzione e nell’interpolazione dei suoni che fondamentalmente si ha per mezzo di modifiche, battute ritmiche, divisioni. Penso che “Xerrox vol.2” sia un po’ più vicino a quell’atmosfera intesa come “progetto“, quasi creata come una lunga colonna sonora: una certa influenza proviene da Steven O’Malley, Ryuichi Sakamoto e Michael Nyman, che sembrano partecipare ad una specie di viaggio immaginario. Il primo volume è profondamente radicato in una musica intesa in senso classico, composta in relazione alla classica musica europea, il secondo invece guarda a un nuovo modo in cui la musica è composta per film, per chitarra, per colonne sonore.

Durante la performance live “Xerrox” a Club Transmediale 2008 la mia impressione è stata che la ripetizione di una serie di microeventi abbia letteralmente “guidato” l’audience verso l’immersione in uno spazio visuale sintetico perfetto…
La performance alla quale fai riferimento è abbastanza semplice, perché è il suono che riporta ai visuals e penso vi sia una stretta connessione tra questi due elementi. Voglio dire che essi sono legati tra loro e vanno letti nei micro-eventi di ciò che accade. Credo che questo sia un aspetto molto interessante, da anni penso che il movimento sia una parte, che l’ottica sia un’altra parte del piacere della performance, e la parte visuale è la capacità di saper cogliere o creare una nuova esperienza sonora. Vi sono ovvie connessioni scientifiche su come il suono si colleghi al visuale, io uso diversi elementi nel manipolarli in modo che funzionino bene, sono particolarmente interessato sia ai momenti di sintesi tra suono ed immagine che al potere che entrambi hanno a livello astratto: è molto importante per me che entrambi restino nell’astratto.

Che importanza ha l’elemento casuale nel tuo lavoro?
La casualità è un aspetto davvero molto interessante, perché fondamentalmente c’è un’oggettiva difficoltà a produrre una casualità reale. Dobbiamo fare qualcosa di realmente interessante, inaspettato e autentico per poter parlare di casuale/casualità, perciò sono sempre interessato a tutto ciò che fondamentalmente è produrre situazioni e cercare poi di registrarle: se ne può ricavare una situazione davvero significativa, parlo di feedback che sono in un certo senso una specie di situazione inaspettata e l’utilizzo di macchine può dare come risultati materiali fantastici, ma anche orribili. E’ bellissimo, in ogni caso, vedere come le cose procedono, osservare qualcosa su cui non si può esercitare controllo: ovviamente non è possibile, ma si può imparare come controllare il sistema di feedback, quali parametri cambiare e questo è molto interessante.

Che idea hai invece del concetto di errore?
Entriamo nella sfera dell’intelligenza artificiale, delle sue principali funzioni: nel momento in cui la macchina inizia a pensare, l’errore viene considerato come punto fondamentale e forse la macchina inizia a pensare in maniera creativa, ma io non credo che una macchina possa essere creativa: è più probabile che questo tipo di funzione sia attuata da un simulatore mentre noi non lavoriamo al 100% e questo causa sempre qualcosa di sbagliato, diverso, inaspettato. Penso che dobbiamo ricostruire le macchine, o ricostruire noi stessi come macchine, forse per comprendere meglio chi siamo, come stiamo lavorando, ma credo che in realtà siamo ben lontani da questo tipo di conoscenza.

Nel momento in cui cominci a “pensare” i suoni per un nuovo lavoro, che si tratti di installazione o di un album, che tipo di procedimento segui?
In realtà, si tratta di un lungo processo perché lavoro su molte sequenze con programmi di editing e questo significa che parto proprio da zero. A volte, si tratta di semplici ripetizioni che rendo sempre più complesse, a volte ci vogliono mesi per trovare un buon ritmo, e spesso il risultato non mi soddisfa: probabilmente necessito di questo processo per essere sicuro che si tratti di qualcosa di interessante e di diverso

In che misura la dissonanza è un elemento importante per te?
La dissonanza è di certo parte di quella polarità nell’ambito della quale ho sempre lavorato: è molto interessante ma non l’ho mai seguita, forse perchè mi sono interessato a molte altre cose all’interno di questa polarità. Del resto, in generale, dissonanza è un termine musicale ed io non penso molto in termini musicali.

In che modo vivi il tuo doppio ruolo di artista “totale” e musicista/ricercatore sonoro?
In realtà, i due ruoli sono strettamente connessi: entrambi entrano nel mio lavoro e se talvolta la connessione è visibile, altre volte non lo è. Forse a volte la creazione di opposizioni mi porta a creare ulteriori spazi, mi perdo in idee più forti e profonde, d’altra parte però si ottiene una comunicazione differente quando espongo un pezzo o lo mostro in una galleria, o in un museo, rispetto a quando invece presento un pezzo musicale. Ambientazioni diverse, differenti gruppi di persone, giornali diversi portano a questa separazione di ruoli, ma inizialmente tutto accade nel mio studio, dove sono strettamente connessi a me stesso.

Hai avuto la possibilità di lavorare in molti luoghi: in generale, che tipo di reazioni hai potuto registrare?
Lo scorso, per esempio, è stato un anno molto interessante. Siamo stati in Sud America, Giappone, gran parte dell’Europa, dove la gente mediterranea ha reagito in maniera un po’ più spontanea: ciò che ho sperimentato e che mi ha molto sorpreso è stato vedere quanto fossimo vicini, in questo caso la globalizzazione è davvero avvenuta ed in questo caso in un modo buono, perché riconsidero questo tipo di persone realmente interessate alla musica elettronica. Se tutto va bene, quest’anno farò un mini tour in Asia centrale, forse in Cina e sarà una piacevole esperienza, molto interessante. Anche se, avendo sempre avuto a che fare con paesi industrializzati, per me sarebbe molto eccitante andare in Africa, fare qualcosa lì e vedere cosa accade perché l’Africa è ancora pura a livello musicale.

Articolo originale di Leandro Pisano

Blow Up Magazine

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